martedì 3 febbraio 2009

Capitolo ventitré: Mapataranasalavaqadacaba

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L'Ubermaschinenmensch Hel apre i suoi occhi al mondo, in un trono illuminato da un pentacolo di neon.
Mi guarda. Il peso del suo sguardo, al di là dello schermo, mi schiaccia e mi rimpicciolisce ancor di più, nella mia sedia da picnic, al buio.
Non riesco nemmeno a capire se siamo pochi o tanti, in questa proiezione pomeridiana di Metropolis. La sala è abbastanza piccola da sembrare piena. Allo stesso, proprio le sue minute file di seggiole di plastica, a cui sono inchiodati cinefili che non addenterebbero un pop-corn nemmeno per errore, fanno assomigliare il tutto a un'esperienza per pochi intimi.
Intendiamoci, non è il Metropolis a cui siete abituati. E' quello di Moroder, colori seppia per musica Anni Ottanta. Tamarro, lo definiremmo da queste parti, senza nemmeno volerlo vedere troppo come un difetto.

Quando i contorni del sogno con Oneiros sono iniziati a sbiadire, il disegno della donna di ferro è rimasta l'unica cosa ferma nella mia memoria, insieme alle parole buttate giù di fretta un capitolo fa.
E quando ho letto della proiezione di Metropolis, in un centro sociale dei dintorni, mi è sembrato l'unico modo possibile per avere un qualche contatto con una vergine robot.
Mai stato un tipo dai simbolismi troppo raffinati, io.

Non so nemmeno perché l'abbiano messo in rassegna. Una spiegazione c'è: solo un anno fa, si sono fatte un bel po' di proiezioni in giro, per il ritrovamento di non so quanti metri di pellicola inedita. Forse, qui sono semplicemente arrivati un po' tardi a cavalcare l'onda.
Altra spiegazione: una proiezione c'é perchè la trama che sto creando prevedeva ci fosse. Ragionevole.

Ha i sottotitoli in spagnolo. E' esattamente la stessa versione che mi sono scaricato anche io da internet.
Così, mentre il volto di Hel si sovrappone a quello dell'innocente Maria, generando una donna dallo sguardo molto più obliquo e stregato, qualcuno mi sussurra una frase all'orecchio, dalla sedia appena dietro di me.

"Non voltarti. Ascoltami e basta. So chi sei e cosa vuoi fare"
Rimango un po' in silenzio. Annuisco. Intanto, davanti a me, il dottor Rotwang - lo scienziato che ha creato la donna robot - leva la sua mano finta ad artigliare l'aria in un gesto di trionfo.
"Adesso ti racconto due cose. Tu zitto e ascolta".
La voce sembra quasi far rotolare le parole in un unico, musicale, sussurro rauco. Sembra quella di un ragazzino, nonostante tutto.
"Tu hai già conosciuto gli Agenti della Coerenza, vero? Sì vero, vero. Non c'è bisogno che annuisci. Odio la gente che annuisce.
"Allora ti dico questo. Una volta c'era un gruppo di Narratori Criminali. Furono i primi a inventare l'uso di sacri nickname con cui battezzarsi dopo il Rito di Babele. Non era solo per una questione di sicurezza, dicevano. Era un modo di dimostrare che le nostre identità non sono importanti: che è importante quello che narriamo e non quello che siamo.
"Per questo, al posto dei nomi, si battezzarono con delle cifre"

Hel, nella sua nuova versione Maria-Prostituta-di-Babilonia balla tette al vento nel Quartiere Yoshiwara. Per un momento, mentre sono ancora concentrato a sentire il racconto dietro di me, nutro l'irrazionale speranza che voglia tentare, distruggere, proprio me. Invece no, ovviamente. Ha già un suo pubblico, dentro il film.

Here She Comes, durante le sue prodezze tra occhi luccicanti e draghi finti a sette teste.

"Non era finita - prosegue la voce - Ci insegnarono che le cose cambiano. Cambiano le storie, cambia chi le racconta. Ridevano dei Narratori che erano venuti prima di loro, del loro essere così legati alla propria personalità, al ruolo e alle parole. Ci dicevano di essere guerriglieri, rivoluzionari e terroristi del sostantivo. Ci incoraggiavano a scambiare i nostri nomi, a essere una strana e indistinta potenza fatta di tutti-e-nessuno.
"Ci piaceva. Essere nessuno, ci faceva sentire qualcuno.
"Beh, non è detto che le cose debbano cambiare in meglio. Da noi peggiorarono in modo sottile, così sottile da non darci il tempo di accorgercene.
"Lentamente, li vedemmo parlare sempre più spesso accavallati l'uno all'altro. Quando uno iniziava una frase, l'altro la continuava, un altro ancora la terminava. Era fastidioso. Doveva essere fastidioso anche per loro, perché le frasi che pronunciavano iniziarono a farsi un po' più semplici.
"Questo è giusto. Questo non è giusto. Va bene. Non va bene. La cadenza era monotona e incolore. Come quella dei frati nei conventi. Le facce, sempre più bianche e sottili. Nel giro della settimana, sembrava già che qualcuno avesse dato una strisciata di gomma sui loro volti, pasticciandone i connotati. Nel giro di un mese, le facce erano diventate completamente bianche.

"Ovvio, ci preoccupammo. Tentammo di chiamarli per nome. Di farli tornare in sé. Addirittura, di far loro del male. Nulla. In un tentativo disperato, provammo a dividerli, sequestrandone uno.
"Si divincolava come un ossesso. Scalciava da tutte le parti e continuava a strillare: non sono una persona! non sono una persona, sono un numero!
"Sai cosa fanno adesso? Aiutano nei rastrellamenti contro di noi. Sono entrati dall'Altra Parte. Sono diventati Agenti della Coerenza"

Aspetto un po'. Faccio un lungo respiro, mentre Metropolis viene devastata da un'inondazione in cui la gente affoga a tempo di Love Kills.
"Perchè mi stai raccontando questo?"
La voce alita una risata al mio orecchio.
"Perchè è colpa nostra, se si sono ridotti così. Li abbiamo resi i nostri maestri, i nostri vecchi amici saggi. Stronzate. Non vedevamo la verità."
"E qual'è la verità?"
"Che TUTTI noi diventiamo Agenti della Coerenza via via che andiamo avanti. Tutti noi Narratori. Quanto più la nostra voce arriva in alto, quanto più c'è gente che ci ascolta e crede in quello che facciamo, tanto più la tentazione di passare all'Altra Parte diventa insostenibile.
"Dovevamo eliminarli per tempo. Dovremmo eliminare te. Dovremmo gettarci tutti sotto un treno.
"Sai qual'è l'unico imperativo morale che ci spetta? FARE. TUTTO. IL. MALE. POSSIBILE"

"L'idea mi piace. Ma non stai tentando di insegnarmi anche tu qualcosa, adesso?"
La voce dietro di me fa una risata che scivola in un suono rauco, proprio come la sua voce. Qualcosa mi punge la schiena e scende giù, vertebra per vertebra. Un'unghia molto lunga, mi verrebbe da dire.

Poi, la voce sussurra una parola al mio orecchio.
La parola che è la prossima tappa.

8 commenti:

uno nessuno e centomila coglioni assieme ha detto...

oh.
e io che pensavo che aveste smesso di leggere topolino.

Hanuman ha detto...

non si finisce mai di imparare, signori coglioni :-)

Fabrizio ha detto...

Spacechili 1
sta chiedendo a
Spacechili 3
di avvertirti che
Spacechili 2
ha apprezzato la sottile ironia del post... :D

Fab

giugar1 ha detto...

Sono capitato per caso ed ho iniziato a leggere senza capire se fosse realtà o finzione.
Complimenti con tutto il cuore!!!
Bellissima storia.
Ciò che non è stato espresso riempie in maniera sublime.

Hanuman ha detto...

@Giugar... non l'abbiamo capito nemmeno noi, se è vero o no! :)
Continua a seguirci!

@Fab... mmm, sottile... :P

Moonray ha detto...

Brividi... mi son dovuta guardare allo specchio per esser sicura di avere ancora la mia faccia!

IL GABBRIO ha detto...

Inquietante nella narrazione...e quoto Fabrizio!
Devo assolutamente recuperare alcuni capitoli persi!!!
Bravo!!! : D

aLeX ha detto...

eeeeeh..
è ora di aggiornare!!!! vogliamo un nuovo capitolo!!

saluti esoterici..
aLeX